Via Francigena: pubblicazione di Matteo Vicentini

La sofferenza dell’esistenza, nel nostro passaggio terreno, un pellegrinare lungo una vita, ci fa accumulare vissuti, ci dà forza, emozioni, pensieri ed esperienze da vivere e rielaborare. Il dolore del pellegrinaggio terreno e l’esistenza, in conseguenza al dolore, di un riscatto fatto di conoscenza e forza, non sono però prerogativa della religione cattolica.Il “padre” della formulazione “dalla sofferenza alla conoscenza” (pathei mathos) è infatti Eschilo, che nella prima tragedia della triade Orestea, l’Agamennone, illustra per bocca del coro come i patimenti umani portino ad una reale esperienza di accrescimento. Era il quinto secolo avanti Cristo. Se si vuole già Esiodo disse che “lo sciocco impara a suo danno” ma l’affermazione del coro miceneo è ben più elaborata ed è stata ripresa dalla letteratura in molti frangenti, che sarebbe bello citare, scoprire e sviluppare nel nostro breve passaggio (che ci porta, sperabilmente, verso la conoscenza).La digressione più suggestiva che mi torna alla mente è il famoso incipit di Anna Karenina “Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. La sofferenza ha dunque mille sfaccettature, che probabilmente la arricchiscono e la rendono infinitamente più formativa e interessante di una banale felicità.

Anche camminare, esporsi, uscire dalla propria confort zone, può essere vista, oltre che come performance fisica, anche come un mettersi alla prova ricco di significati, di introspezione. Un modo di pensare a sé stessi ed al proprio posto all’interno della società e del Mondo. Forse l’improvvisa immobilità di un Mondo che fino a ieri accelerava senza sosta, potrà far emergere, nel new deal che auspichiamo ed ancora tarda a venire, una vocazione all’erranza, al lento movimento, alla valorizzazione del viaggio in sé non solo come stato interstiziale, ma come luogo cangiante con struttura, senso e contenuti. Se è vero che errare humanun est, cerchiamola questa erranza, questa perdita di tempo, questa riflessione che, dal dolore, dal lutto, dallo smarrimento, può portarci ad una crescita su tanti fronti. L’identità errante, che ispira la mia “opera prima”, vorrebbe condurre ad una riflessione, e magari spingere a tentare, a qualsiasi età, quello che, con un linguaggio più pop, può essere pensato come uno walk of life, un passo in avanti verso quanto ci offre il Mondo, quello che i credenti chiamano Creato. 

Ognuno a proprio modo, con gli strumenti culturali, fisici, sensoriali che ci contraddistinguono, potremo godere di tutto quanto sta ancora là fuori, esperirlo su diversi piani, in diversi modi, con nuovo slancio ed entusiasmo, consapevoli che la sofferenza, fisica, mentale o sociale può dar luogo ad un insegnamento di qualche tipo. Non so se ne usciremo migliori, ma sono certo che ci dovremo provare, e sono altresì certo che gli strumenti li abbiamo a disposizione.

L’abito della Confraternita di San Jacopo di Compostella

Da una cappella laterale della chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini, Roma.

Si nota un pellegrino con abito rosso, la mantella “pellegrina” marrone con le tipiche conchiglie di San Giacomo, cordone alla cinta e bordone, col tipico cappello a falde larghe, che sta ascoltando una catechesi di San Filippo Neri.

È esattamente l’abito che ha adottato la Confraternita di San Jacopo di Compostella.